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domenica 28 dicembre 2008

Vittorio Strada

Massimo storico italiano della cultura russa.
Vorrei che la conoscenza delle sue opere, già ampia, fosse ancora maggiore.
Attualmente sto leggendo il suo

La rivoluzione svelata
Una lettura nuova dell' Ottobre 1917, 2007

Si tratta di un' agile sintesi ragionata delle tesi degli intellettuali russi che hanno riflettuto criticamente sulla Rivoluzione d' Ottobre molto prima che gli eventi aprissero gli occhi ai più.
Le analisi di questi uomini coraggiosi e liberi consentono, tra l' altro, di "sfatare leggende ancora tenaci, e interessate, come quella di una fase staliniana radicalmente diversa da quella leniniana, e soprattutto dimostrano la vitalità di una cultura che, soffocata in Russia con la violenza, merita di essere riscoperta come parte di una cultura europea critica e libera". (pag.14)

lunedì 22 dicembre 2008

Zone franche.

Si diffonde la convinzione che alcuni spazi, all' interno delle nostre società aperte, debbano costituire luoghi e momenti dove le persone siano sciolte in tutto od in parte dai normali vincoli posti dalla legge a tutela delle persone, dei loro diritti fondamentali e dei loro beni.
Così si pensa che in luoghi come questo si debba poter liberamente calunniare, diffamare, ingiuriare. Che durante una manifestazione si debba poter devastare, danneggiare, interrompere pubblici servizi, porre a rischio la libertà e l' incolumità delle persone impunemente. Che l' esercizio del diritto di satira faccia venir meno ogni dovere di rispettare le norme che l' ordinamento pone a tutela minima della dignità di chi si vuol mettere alla berlina.
Si tratta a mio parere di una convinzione da respingere fermamente. Nessuna censura, nessuna violazione della libertà di espressione. Ma rispetto della legalità, che va preteso soprattutto da chi viola la legge proprio mentre denuncia illegalità. Nessuna zona franca dunque, perchè la libertà nella società nasce e può vivere solo insieme alle sue regole.

martedì 16 dicembre 2008

Apprendisti stregoni. Attenti all' errore.

La riflessione sui tempi difficili che viviamo dovrebbe indurci a prendere atto, se non l' abbiamo ancora fatto, della fallibilità delle scienze sociali teoriche.
Economisti, studiosi della società e della politica, insigni intellettuali attenti ad individuare ed interpretare tendenze della vita e della storia hanno fallito nell' anticipare e nel comprendere ciò che oggi mette in difficoltà individui, famiglie, imprese ed addirittura stati sovrani.
Non si tratta certo di una novità. Da sempre circola una battuta sugli economisti che mette alla berlina la loro capacità di spiegare il passato ma non di prevedere il futuro. Ed in realtà pure la capacità di spiegare ciò che è successo è assai modesta. Questa fallibilità si aggiunge a quella degli operatori economici e dei protagonisti della vita sociale e politica, rendendo non raramente poco efficace il tentativo di trovare qualche rimedio e portarlo ad effetto. Ancora una volta colse nel segno Karl Popper, scrivendo nel suo Congetture e confutazioni:

"una delle singolari circostanze della vita sociale è che mai nulla riesce precisamente nel modo prestabilito.
Tutto va sempre a finire un poco diversamente. Quasi mai, nella vita sociale, riusciamo a provocare il preciso effetto che desideriamo, e, normalmente, otteniamo conseguenze ulteriori non desiderate....
Conseguenze non desiderate delle nostre azioni che, in genere, non possono essere eliminate.
Spiegare perchè ciò non sia possibile è il compito principale della teoria sociale
".

Questo tema dovrebbe costituire una parte fondamentale non solo della ricerca teorica, ma anche della formazione stessa dei cosiddetti scienziati sociali. La chiara consapevolezza della possibilità dell' errore, delle sue radici, della sua non infrequente estrema gravità sotto il profilo delle conseguenze, aiuterebbe tutti noi a vivere meglio.

Karl POPPER, Congetture e confutazioni, pagg. 212 e segg.

giovedì 11 dicembre 2008

La Seconda guerra mondiale. Un esempio di "guerra preventiva".

Un classico della storiografia contemporanea:

Alan J. P. TAYLOR, Le origini della seconda guerra mondiale.

Taylor sottolinea la costante politica di Hitler:
"pur volendo mano libera in Oriente per distruggere una situazione che anche all'opinione pubblica illuminata dell'Occidente pareva intollerabile, egli non aveva ambizioni dirette contro la Gran Bretagna e la Francia".

Sono i governanti, i parlamentari e l'opinione pubblica inglesi, non quelli francesi, a "fare la storia". Alle mosse del regime tedesco prima in Austria e sul Reno, poi in Cecoslovacchia e Polonia, tutte ugualmente contro i patti ed il diritto internazionali, eppure mai direttamente contro le potenze occidentali, rispondono in modo opposto. Prima la tolleranza, se non addirittura il favoreggiamento. Poi la guerra.
Taylor mette bene in luce il ruolo del caso. Sottolinea come i governanti non abbiano compreso gli eventi, se non in misura modesta, né si siano resi ben conto delle conseguenze delle loro azioni.
Ma dal lavoro di questo grande storico emerge abbastanza chiaramente il nucleo della tragica svolta che aprì la Seconda guerra mondiale. Il governo, il parlamento, ma soprattutto l'opinione pubblica britannici ad un certo punto cambiarono idea sulla natura e le intenzioni del regime tedesco e del suo capo. Accettarono di fare la guerra al regime nazista non tanto per quello che faceva, ma per ciò che era.
Il "processo alle intenzioni" condusse ad uno dei più significativi esempi di "guerra preventiva".
I campi di sterminio tedeschi dimostrarono poi la sostanziale esattezza delle intuizioni alle quali l'opinione pubblica e i governanti britannici alla fine erano giunti.
Dunque la "guerra preventiva" non è certo estranea alla tradizione delle democrazie liberali. E non può essere esclusa dal novero delle scelte possibili. Altrimenti si lascerebbe un vantaggio decisivo proprio ai più mortali nemici della democrazia aperta, libera e tollerante che diciamo di voler difendere. Va insomma considerata anch'essa nell'ambito concettuale e morale della guerra per la pace. Dolorosa ipotesi che purtroppo non si può accantonare.

sabato 6 dicembre 2008

Afroamericani. Tra Luther King e Malcom X.



L'elezione di Obama rappresenta ovviamente per gli afroamericani una svolta fondamentale. Nel secondo Novecento già due grandi figure hanno segnato la loro cultura, le loro vicende politiche e religiose, il loro stesso immaginario collettivo, catalizzando l'attenzione del mondo intero. Si tratta di Martin Luther King e di Malcom XDue personalità diversissime, ma soprattutto due visioni  alternative del passato e del futuro, due progetti, due sogni incompatibili tra loro.
Scegliere Obama significa scegliere King ed abbandonare Malcom X. E' una scelta dura e un difficile confronto con se stessi e con ciò che si è amato. Ma le conseguenze sono straordinariamente positive per gli USA e per tutti coloro che si riconoscono nella tradizione di libertà che li contraddistingue.

giovedì 4 dicembre 2008

Verità e certezza. Elogio di una concezione assoluta ed oggettiva della verità.

Karl Popper

La verità oggettiva ed assoluta esiste sempreUna teoria, un' ipotesi, sono oggettivamente ed assolutamente vere quando corrispondono ai fatti. Ma non siamo mai certi della verità delle nostre ipotesi. La distinzione tra verità oggettiva ed incertezza soggettiva consente di salvare la fallibilità umana e di evitare il dogmatismo.
Nel contempo, offre alla ricerca umana un obiettivo nobile e grande. Ma soprattutto dà alla critica dei potenti ed alla denuncia dei loro misfatti la forza di colpire, di ferire, di cambiare le cose. Chi grida "il re è nudo" perde il suo tempo se non regna l' ideale della verità assoluta.


giovedì 27 novembre 2008

Benedetto Pera. Dare vita alla società libera

"... il liberalismo....., per essere fedele a se stesso, può collegarsi con una dottrina del bene, in particolare quella cristiana che gli è congenere, offrendo così veramente un contributo al superamento della crisi".

"...all’essenza del liberalismo appartiene il suo radicamento nell’immagine cristiana di Dio: la sua relazione con Dio di cui l’uomo è immagine e da cui abbiamo ricevuto il dono della libertà.
.... il liberalismo perde la sua base e distrugge se stesso se abbandona questo suo fondamento".



Si leggono critiche sovente dal tono ironico alle parole di Ratzinger. Ovviamente tutte le critiche sono legittime, anzi benvenute. Ma risultano incomprensibili se pretendono di muovere da posizioni liberali.
Perchè qui Benedetto XVI riprende linee di pensiero che appartengono certamente al miglior pensiero liberale. Basti pensare al Popper degli Addenda alla Società aperta, per quanto riguarda il rifiuto del cosiddetto relativismo etico. O al Tocqueville della Democrazia in America, sulla dipendenza del liberalismo dal cristianesimo.
Va infatti a mio parere denunciato l' errore di fondo che impedisce a molti di lavorare per una società libera vitale, durevole, in espansione. Ci affatichiamo a disegnare i tratti della società aperta ed umana che vorremmo. Però non comprendiamo che la possono rendere durevolmente vitale solo individui dotati di una visione dell' uomo, della vita e dei propri doveri con essa compatibile, ma soprattutto sentita come assoluta, non negoziabile, irrinunciabile.
Tale visione non può consistere in una morale puramente umana, necessariamente relativa, essendo i valori inderivabili dai fatti, le prescrizioni dalle descrizioni (legge di Hume). Nè tale visione assolutamente non negoziabile può avere origine nella ricerca scientifica, che dà esiti sempre congetturali, ipotetici. Può e deve invece fornirla il cristianesimo, religione di libertà e fraternità.

lunedì 24 novembre 2008

Dialogo tra religioni o tra culture? Il coraggio della fede.

Sul dialogo tra le religioni ed il rapporto tra cristianesimo e liberalismo è stata pubblicata una lucida lettera scritta da Benedetto XVI al prof. Marcello Pera, ex presidente del Senato.
La riporto di seguito, copiandola dal sito del Corriere della Sera.

"Il dialogo tra le religioni non è possibile. La fede non si può mettere tra parentesi


Caro Senatore Pera, in questi giorni ho potuto leggere il Suo nuovo libro Perché dobbiamo dirci cristiani. Era per me una lettura affascinante. Con una conoscenza stupenda delle fonti e con una logica cogente Ella analizza l’essenza del liberalismo a partire dai suoi fondamenti, mostrando che all’essenza del liberalismo appartiene il suo radicamento nell’immagine cristiana di Dio: la sua relazione con Dio di cui l’uomo è immagine e da cui abbiamo ricevuto il dono della libertà.
Con una logica inconfutabile Ella fa vedere che il liberalismo perde la sua base e distrugge se stesso se abbandona questo suo fondamento
. Non meno impressionato sono stato dalla Sua analisi della libertà e dall’analisi della multiculturalità in cui Ella mostra la contraddittorietà interna di questo concetto e quindi la sua impossibilità politica e culturale.
Di importanza fondamentale è la Sua analisi di ciò che possono essere l’Europa e una Costituzione europea in cui l’Europa non si trasformi in una realtà cosmopolita, ma trovi, a partire dal suo fondamento cristiano-liberale, la sua propria identità. Particolarmente significativa è per me anche la Sua analisi dei concetti di dialogo interreligioso e interculturale.
Ella spiega con grande chiarezza che un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile, mentre urge tanto più il dialogo interculturale che approfondisce le conseguenze culturali della decisione religiosa di fondo. Mentre su quest’ultima un vero dialogo non è possibile senza mettere fra parentesi la propria fede, occorre affrontare nel confronto pubblico le conseguenze culturali delle decisioni religiose di fondo. Qui il dialogo e una mutua correzione e un arricchimento vicendevole sono possibili e necessari.
Del contributo circa il significato di tutto questo per la crisi contemporanea dell’etica trovo importante ciò che Ella dice sulla parabola dell’etica liberale. Ella mostra che il liberalismo, senza cessare di essere liberalismoma, al contrario, per essere fedele a se stesso, può collegarsi con una dottrina del bene, in particolare quella cristiana che gli è congenere, offrendo così veramente un contributo al superamento della crisi.
Con la sua sobria razionalità, la sua ampia informazione filosofica e la forza della sua argomentazione, il presente libro è, a mio parere, di fondamentale importanza in quest’ora dell’Europa e del mondo. Spero che trovi larga accoglienza e aiuti a dare al dibattito politico, al di là dei problemi urgenti, quella profondità senza la quale non possiamo superare la sfida del nostro momento storico. Grato per la Sua opera Le auguro di cuore la benedizione di Dio.
Benedetto XVI"


domenica 16 novembre 2008

Moralità politica. Un caso italiano.

"Il veto di Sturzo al ritorno di Giolitti fu in effetti il più grande servizio che il prete di Caltagirone avrebbe potuto rendere al movimento fascista per cui, non a torto, Sturzo è stato paradossalmente definito da taluni come uno dei padri della marcia su Roma"

Dino GRANDI, Il mio paese. Ricordi Autobiografici, ed.1985, pag. 157

Luigi Sturzo, padre nobile del cattolicesimo democratico italiano, qui commette un grave passo falso, mosso da un un' errata percezione della moralità politica e delle circostanze. Impedendo il ritorno al governo di Giovanni Giolitti, grande statista liberale, spregiudicato ma abile ed esperto, apre involontariamente la strada alla dittatura fascista.
Dove non si risolvono i problemi non c' è moralità politica.

mercoledì 12 novembre 2008

Moammed Sceab. L'identità e la memoria.

Giuseppe Ungaretti ci coinvolge in un dolore che sembra di oggi.
Da "L'Allegria".


IN MEMORIA.
Locvizza il 30 settembre 1916.

Si chiamava
Moammed Sceab

Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome

Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè

E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono

L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa.

Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera

E forse io solo
so ancora
che visse



martedì 11 novembre 2008

Sul mercato e lo stato. Il mercato dove possibile, lo stato dove necessario.

E' tornato di gran moda l' intervento dello stato in economia.
Pur non essendo questo mai venuto meno. Perfino il diametro delle uova è regolato. Il mercato è invece sotto tiro. Lo si incolpa ormai di ogni nefandezza. Si dimentica che il mercato mal globalizzato che abbiamo di fronte vede incontrarsi operatori economici soggetti ciascuno a regole ben diverse.
Assistiamo ad una globalizzazione "al ribasso", dove vengono premiati i soggetti che operano in sistemi dove la tutela dell' ambiente e dei diritti politico-sindacali è minore, in grado quindi di esercitare una concorrenza sleale, con effetti distorsivi proprio sul mercato stesso. Mentre le agenzie chiamate a vigilare sul rispetto delle regole si sono rivelate incapaci di operare con efficacia. Erroneamente ci si scaglia contro il mercato in sè. Invece l' attenzione dovrebbe andare ai suoi vizi ed alle sue distorsioni.
E poi la memoria non ci aiuta. Negli anni Settanta del secolo appena terminato, furono proprio le politiche economiche incentrate sulla spesa pubblica e sull' intervento troppo esteso ed indiscriminato dello stato in economia a determinarne la stagnazione accompagnata da altissima inflazione.
Meglio dunque fissare e seguire alcuni buoni principi. Non si pensi che il mercato possa sostituire la grande politica. Non è il suo compito. Ma la politica non uccida la concorrenza. Non elimini il mercato che premia merito ed innovazione. Non riduca il ruolo della responsabilità degli operatori economici. Intervenga in economia per fronteggiare emergenze, distorsioni, povertà. Ma il mercato quando possibile, lo stato solo quando necessario.

mercoledì 5 novembre 2008

La retorica dei sogni.

La retorica abita da sempre i luoghi della politica e di per sè non ne esclude la grandezza. Ma una certa retorica, quella dei sogni e delle speranze, è davvero pericolosa. Prima avvicina, sprona, supera diffidenze, talvolta mobilita, converte. Poi la realtà si mostra con tutte le sue durezze e complessità. Appare scostante, refrattaria.
Allora quella retorica o il suo ricordo sfociano nella disillusione, nel qualunquismo, nel rifiuto e nel disprezzo della politica stessa. Un paese ha bisogno di un elettorato saggio, che chieda ed accetti sempre meno sogni e speranze, ma pretenda sempre più la verità.

martedì 28 ottobre 2008

La grande svolta.

E' da poco uscito in libreria l' ultimo lavoro di Paul Veyne, insigne studioso francese della Roma antica. In Quando l' Europa è diventata cristiana (312-394) Veyne racconta con una scrittura brillante e coinvolgente il passaggio dal paganesimo al cristianesimo dell' Impero Romano. La figura di Costantino, imperatore insieme visionario e pragmatico, megalomane e prudente, viene disegnata con la chiarezza e l' incisività che contraddistinguono solo i grandi della storiografia.
Scrive Veyne:

"Ho scritto questo libro contro me stesso. Sono totalmente miscredente e fra tutte le religioni quella che sopporto meno è proprio il cristianesimo. Ma da storico ho dovuto sforzarmi di non prendere partito nè pro nè contro. La cosa più difficile è stato capire cosa si ha nel cuore e nell' animo quando si è cristiani".

Un libro destinato quasi certamente a diventare un classico della storiografia. Da non perdere.

sabato 25 ottobre 2008

Wall street.

Oliver Stone girò il suo "Wall Street" nel lontano 1987 anticipando di pochi mesi,tra l' altro, un' altra grave crisi dei mercati finanziari.
Già nel 1987 dunque i pericoli derivanti dall' attività di operatori finanziari senza scrupoli erano noti perfino al grande pubblico.

Non solo le successive presidenze di Bill Clinton e dei due Bush , ma anche due decenni di vertici internazionali, dibattiti tra grandi economisti, attività di banche centrali ed agenzie di controllo e rating, non sono riusciti ad evitare una crisi economico-finanziaria dalle conseguenze ben difficili da controllare.
Perchè? Perchè gli uomini sono avidi e miopemente rapaci? Forse. Anche.
Ma soprattutto, semplicemente, perchè gli uomini, tutti, sbagliano.

domenica 19 ottobre 2008

Eisenhower. Un soldato per la pace.

Siamo alle ultime battute della campagna elettorale USA.
In questa occasione ricordo Dwight D. Eisenhower.
Generale comandante delle truppe alleate occidentali in Europa durante la Seconda guerra mondiale, guidò il vittorioso sbarco in Normandia al quale seguì la sconfitta della Germania nazista.
Eletto presidente degli Stati Uniti per il partito repubblicano nel 1952, fu successivamente rieletto e concluse la sua presidenza nel 1961.

Durante la sua presidenza cercò con tenacia di costruire la pace tra le nazioni.
Il suo Discorso d' addio alla nazione rimarrà nella storia come una delle più significative e nobili espressioni della democrazia statunitense.

http://en.wikisource.org/wiki/Military-industrial_complex_speech

"Un elemento vitale nel mantenere la pace sono le nostre istituzioni militari…. La congiunzione tra un immenso corpo di istituzioni militari e una enorme industria degli armamenti è nuova nell’esperienza americana… ma dobbiamo guardarci dalle influenze palesi e occulte esercitate dal complesso militar-industriale. Il potenziale per lo sviluppo di poteri che oltrepassano il proprio ruolo e le proprie prerogative esiste ed esisterà in futuro. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione di poteri metta in pericolo le nostre libertà o il processo democratico…"

http://www.loccidentale.it/articolo/mccain+rispolvera+la+dottrina+eisenhower

http://it.wikipedia.org/wiki/Dwight_D._Eisenhower

venerdì 17 ottobre 2008

Sul lavoro. "Chi non vuol lavorare neppure mangi".

Il lavoro dev' essere (o tornare ad essere) sentito dagli individui come un valore in sè e come necessario strumento per il miglioramento delle condizioni proprie, della propria famiglia e della società intera. Ciò può avvenire soltanto se al volontario rifiuto dell' impegno lavorativo seguono svantaggi. Ma se il merito e l' impegno non sono premiati, se clientelismo e nepotismo dilagano, l' apatia o il cinico disprezzo di tanti giovani trovano il migliore degli alibi.
La regola dettata da san Paolo ai cristiani di Tessalonica, "chi non vuol lavorare neppure mangi" (Tessalonicesi 2 - 3,10), richiama alla indispensabile responsabilità individuale.
Bisogna però creare condizioni tali da consentire che questa responsabilità individuale sia percepita come giusta modalità del vivere in società.

sabato 11 ottobre 2008

Sulla libertà.



Oggi più del solito la libertà è sotto tiro, soprattutto nelle sue manifestazioni economiche, ma si addebitano ad essa colpe che non ha. E' ben noto infatti che la libertà nella società nasce e rimane vitale solo grazie ad una rete di regole, senza le quali conduce paradossalmente al suo contrario, cioè alla oppressione del debole a vantaggio del forte. Occorre dunque, nella minor misura possibile, limitare la libertà di ciascuno per assicurare pari libertà a tutti.
Allora individuare le regole necessarie ed assicurarne la vigenza significa creare o ripristinare la libertà, non distruggerla. Questo principio fondamentale vale per la libertà in tutti i suoi aspetti, anche economici.
Ogni rete di regole risulta davvero efficace solo quando di esse si ottiene un alto grado di osservanza spontanea. Qualcuno, in questi giorni convulsi, ha parlato della necessità di "spiritualizzare il capitalismo" per renderlo sostenibile. Al di là delle parole usate, di per sè mai davvero importanti, in questo modo si è appunto sottolineata la necessità che anche gli operatori economici si sentano responsabili delle loro azioni ed agiscano ispirando la loro condotta ad alcuni precisi principi morali.
Altrimenti cadrà un sistema di relazioni economiche che ha certamente consentito di raggiungere un benessere diffuso e non può essere ridotto alle sue distorsioni ed ai suoi vizi.

mercoledì 1 ottobre 2008

Ragione e vita.

"I lumi non fanno altro che rischiarare il cammino, senza fornire agli uomini la forza di percorrerlo" (Benjamin Constant)

La ragione critica contemporanea è consapevole dei propri limiti.
Fa della modestia la propria forza.
Ma per vivere in momenti difficili e fare la cosa giusta abbiamo a disposizione il patrimonio morale e religioso rappresentato dalla grande tradizione cristiana occidentale.
Chi non vuole rinunciare nè ai "Lumi" nè al Cristianesimo che vive nei secoli accolga operosamente questo proprio coerente desiderio.

venerdì 19 settembre 2008

Elogio della democrazia rappresentativa.

"Benchè soltanto pochi siano in grado di dar vita a una politica, noi siamo tutti in grado di giudicarla" (Pericle di Atene 430 a. c. circa)



Qui il leader democratico ateniese spiega la democrazia rappresentativa, ne fornisce la giustificazione teorica. L' indirizzo politico, il governo di una grande società aperta, non possono non ispirarsi ad una visione generale. Non possono non avere i caratteri della continuità. Non possono non essere attività creative. Chi governa deve fronteggiare l' emergenza, dare risposte pronte ad esigenze improvvise.
Dunque solo pochi possono governare. Ma tutti devono avere il diritto di giudicare i propri governanti e di sostituirli senza dover ricorrere alla violenza. Una grande democrazia libera o è rappresentativa o non è. L' insieme di tante decisioni particolari e contingenti, sia pure prese dai diretti interessati, non può sostituire la grande politica.

domenica 31 agosto 2008

Ubi bene, ibi patria.

"Ubi bene, ibi patria"

Dove è possibile condurre una vita buona, là è la mia patria.
Non mi interessa quale lingua si parli, quale sia il colore della pelle.
Contro l' ossessione identitaria.
Contro il nazionalismo.
Contro il razzismo.


domenica 10 agosto 2008

La Didachè.




A quasi duemila anni dalla sua composizione la Didachè ancora affascina. Si tratta di uno dei primissimi catechismi cristiani, quasi contemporaneo ai Vangeli canonici. Da notare la chiara condanna dell' aborto. Fin dalle origini essa connota la morale cristiana e la distingue dalla morale mondana contemporanea.



Filosofia della scienza.

La filosofia della scienza rappresenta per me il frutto migliore del pensiero occidentale.
Migliorando la nostra comprensione dell'impresa scientifica apriamo la mente ad una conoscenza senza certezza, alla modestia intellettuale, alla tolleranza.

Propongo il seguente percorso ragionato, partendo dall'ottima introduzione alla materia di David Oldroyd.

- D. OLDROYD, Storia della filosofia della scienza

- K. POPPER, Congetture e confutazioni

- K. POPPER, Scienza e filosofia

- K. POPPER, La ricerca non ha fine

- K. POPPER, IL mito della cornice

- I. LAKATOS, La metodologia dei programmi di ricerca scientifici

- T. S. KUHN, La struttura delle rivoluzioni scientifiche

- P. K. FEYERABEND, Ammazzando il tempo. Un'autobiografia

- I. LAKATOS - P. FEYERABEND, Sull'orlo della scienza

- I. LAKATOS - A. MUSGRAVE (a cura di), Critica e crescita della conoscenza

domenica 3 agosto 2008

Ecco Willi Munzenberg. Il milionario rosso.



Ricordiamo questa straordinaria figura di propagandista e manipolatore di coscienze.
Al servizio del Comintern e dei servizi segreti sovietici, attraverso le gigantesche organizzazioni apparentemente indipendenti che creò e diffuse è all' origine di molte delle idee guida più radicate nell' opinione pubblica occidentale.
Sulla sua figura e il suo ruolo resta fondamentale la testimonianza di Arthur Koestler. Si legga in particolare La scrittura invisibile - Autobiografia 1932 - 1940, 1991, pagg. 227 e segg. Utile anche la lettura di Willi Munzenberg il Murdoch di Stalin di Martino Cervo.
Conoscere questo grande protagonista della storia del Novecento e la sua opera è ancora indispensabile per comprendere il presente. Una "caccia al tesoro" destinata a sorprendere ed illuminare.

















venerdì 13 giugno 2008

La pace.

Scrive Benedetto XVI:

<<...la pace e il diritto, la pace e la giustizia sono inseparabilmente interconnessi. Quando il diritto è distrutto, quando l’ingiustizia prende il potere, la pace è sempre minacciata ed è già, almeno in parte, compromessa>>.

venerdì 6 giugno 2008

Da Gianburrasca a Tocqueville. Le rivoluzioni.

Chi non è più giovane ricorderà il Gianburrasca di Vamba, interpretato da una giovanissima Rita Pavone.
Cantava:

<<...Vi va la pa pa pappapa
col popopomo dor
La storia del passato
ormai ce l'ha insegnato
che il popolo affamato
fa la rivoluzion

ragion per cui affamati
abbiamo combattuto
perciò buon appetito
facciamo colazion.
Viva la pappappappa
col popopopopopopomodoro...>>

Pare proprio che non sia vero.
Come probabilmente per primo ha rilevato Tocqueville (L' antico regime e la rivoluzione), l' esperienza invece insegna che le rivoluzioni scoppiano quando si comincia a vivere meglio.
E quasi mai consentono al meglio di crescere e consolidarsi.

lunedì 2 giugno 2008

Università per tutti?

Una delle cause principali del ritardo italiano è rappresentato dalla modesta qualità delle nostre università. L' accesso di massa, privo di filtri selettivi capaci di coniugare giustizia ed efficienza, ne ha fatto carrozzoni dove l' eccellenza non viene premiata.
Ma i nostri padri costituenti pensavano ad università strutturate in modo tale da non bruciare risorse consentendo un facile accesso ai non meritevoli e ai non dotati. L' accesso a costi adeguati, tramite borse di studio e per concorso, consentirebbe un ritorno all' alta qualità dell' insegnamento, dell' apprendimento, della produzione scientifica.
Assicurando la sostenibilità finanziaria ed un premio ai capaci e meritevoli idoneo a favorirne la mobilità sociale verso l'alto. Corruzione permettendo, naturalmente.

Costituzione italiana vigente, art. 34

giovedì 22 maggio 2008

Etica e scienza.

La scienza non trova limiti etici al proprio interno, poichè non si possono derivare valori dai fatti, prescrizioni da descrizioni. Non c' è scienza dell' etica. Ma mi pare inevitabile che dall' esterno si pongano limiti etici alla scienza. O dobbiamo accettare anche gli esperimenti compiuti dai medici nazisti nei campi di sterminio.

mercoledì 21 maggio 2008

Evoluzione e creazione.

Il dio cristiano è onnipotente ed onnisciente.
Passato, presente e futuro sono insieme a lui noti.
Dunque può utilizzare anche un processo internamente casuale, di cui conosce l' esito, per realizzare il suo disegno.
Quindi creazione ed evoluzione "evoluzionista" non sono incompatibili.
Scienza e fede cristiana possono convivere felicemente in una mente attenta.

lunedì 19 maggio 2008

Storia e verità.

Si invita ad una storia condivisa.
Ma perchè?
Gli storici devono cercare la verità, non la condivisione.

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