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venerdì 29 novembre 2013

Austerità. Così si può evitare.




Lorenzo Bini Smaghi è stato membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea dal giugno 2005 al 10 novembre 2011. E' autore di Morire di austerità (2013).  Alcuni passaggi fondamentali del libro sono riassunti in un suo lucido articolo su lavoce.info (5 novembre 2013).
Scrive Bini Smaghi:

"Non è l’austerità che ha causato la bassa crescita, è la bassa crescita che ha causato l’austerità. In altri termini, i paesi che hanno sperimentato una bassa crescita potenziale, a causa di profondi problemi strutturali, nel tentativo di sostenere il loro standard di vita e il loro sistema di welfare hanno accumulato, prima della crisi, un eccesso di debito pubblico e privato, che poi, quando la crisi è scoppiata, si è rivelato insostenibile e ha richiesto un brusco aggiustamento.
L’austerità ha certamente prodotto una bassa crescita, ma essa stessa può essere il risultato di una crescita scarsa e squilibrata, a causa della mancanza di riforme strutturali. Il rinvio di riforme che migliorassero il potenziale di crescita ha lasciato i paesi con un’unica soluzione, l’austerità. L’austerità è così il risultato dell’incapacità dei politici di prendere decisioni nel momento giusto, in altre parole è il risultato della loro miopia – e della stupidità.
La via di uscita dall’austerità non passa allora dalla riduzione delle misure di austerità, ma da profonde riforme strutturali che aumentino il potenziale di crescita e creino spazi di manovra per un aggiustamento fiscale più graduale".

Le condivisibili considerazioni di Bini Smaghi inducono a riflettere sulle cattive prestazioni di molte democrazie occidentali. I governanti non hanno adottato tempestivamente le misure necessarie, riforme strutturali della pubblica amministrazione, della scuola, del welfare, delle relazioni industriali, della legislazione del lavoro e del fisco capaci di ripristinare le condizioni della crescita economica.
Probabilmente  sono mancati leader adeguati al compito. Ma gravi responsabilità hanno anche gli elettori, che non hanno saputo ben giudicare. Istituzioni ed economia libere hanno bisogno di uomini e donne  responsabili, educati alla libertà e alla complessità, capaci di perseguire i propri obiettivi con lungimiranza. Ogni nuova generazione parte da zero. Chiede alle agenzie educative gli strumenti morali e culturali per esercitare responsabilmente la libertà e fronteggiare efficacemente problemi complessi.
 La preoccupazione educativa non è affatto estranea al grande pensiero liberale. Tocqueville, Roepke, Popper hanno più volte sottolineato l'importanza dell'educazione. Questi autorevoli richiami conservano oggi piena corrispondenza alle esigenze dell'Occidente in declino.

venerdì 22 novembre 2013

John F. Kennedy. L'assassinio, il complotto e lo stato profondo.




Su The National Interest del 21 novembre 2013   Andranik Migranyan propone un attento riesame della morte del presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy, a cinquanta anni dal suo assassinio.  Richiamando le tesi del giornalista del New York Times  Philip Shenon non esclude la responsabilità di Fidel Castro, mentre non ritiene plausibile la pista sovietica. Sottolinea soprattutto l'occultamento delle prove compiuto dalle agenzie di intelligence americane. Si tratta, in sostanza,  di una ricostruzione già autorevolmente divulgata.  Il professor Christopher Andrew, uno dei massimi storici dell'intelligence del Ventesimo secolo, l'ha così delineata:

"Proprio il giorno dell'assassinio di Kennedy, la CIA aveva fornito a un agente un'arma omicida da usare contro Castro".
"Anche J. Edgar Hoover si era tenuto per sé informazioni importanti.  Aveva scoperto con orrore che il nome di Oswald non era stato incluso nell'archivio dell'FBI sui cittadini potenzialmente sleali, nonostante egli avesse scritto una lettera minatoria dopo il suo ritorno dalla Russia e in seguito avesse fissato un appuntamento per incontrare un ufficiale del KGB a Città del Messico. Dopo aver letto una relazione sulle "lacune investigative nel caso Oswald", Hoover concluse che se la relazione fosse stata resa pubblica avrebbe distrutto la reputazione dell'FBI". (Christopher ANDREW con Vasilij MITROKHIN, L'Archivio Mitrokhin, 1999, p. 293).

Come ben rileva Migranyan, anche durante la presidenza Kennedy esisteva un "deep state", una formazione non visibile e non responsabile costituita da agenzie governative o parti di esse. Si tratta di una presenza che non deve sorprendere. Una deriva siffatta è in qualche misura connaturale ad organizzazioni chiamate ad operare nel segreto o comunque  con riservatezza. E' però indispensabile ricondurle nell'alveo dello stato di diritto e delle istituzioni democratiche.
Gli ordinamenti liberaldemocratici occidentali tradizionalmente a tal fine apprestano commissioni parlamentari di controllo e attribuiscono compiti di direzione ai governi gravati della responsabilità politica. Ma occorre un approccio equilibrato e realista. L'intelligence è uno strumento a cui anche le democrazie non possono rinunciare. Resterebbero altrimenti disarmate di fronte a nemici implacabili. La ricetta è sempre la stessa: buone istituzioni, buoni difensori. Gli strumenti istituzionali di controllo devono essere migliorati e resi più efficaci. I compiti più delicati devono essere affidati a uomini e donne capaci, che conservino amore per il loro paese e per la libertà.

sabato 16 novembre 2013

Assicurazione pubblica. Un elefante fuori controllo.




Ludger Schuknecht é il direttore generale della sezione “Politica Fiscale Generale e Politica Finanziaria e Monetaria Internazionale” del Ministero delle Finanze tedesco. Si deve a lui una brillante analisi della struttura, della portata e della sostenibilità del welfare che contraddistingue ormai quasi tutte le democrazie occidentali, oggi facilmente  reperibile per iniziativa dell' Istituto Bruno Leoni.
Scrive Schuknecht:

" Pochi osservatori hanno riconosciuto che l’impegno per la sicurezza sociale, la stabilizzazione della domanda e i nuovi tipi di assicurazione pubblica è stato superiore a quanto il governo fosse in grado di sostenere, mettendo così in pericolo la stabilità fiscale e monetaria a livello nazionale e globale (Rother et al., 2010). Pochi, forse nessuno, hanno saputo vedere nel ruolo dell’assicurazione pubblica la radice dell’attuale crisi fiscale e sovrana".
"Oggi, nella maggior parte delle economie avanzate, le assicurazioni sociali assorbono circa il 60% della spesa pubblica".

"Con l’imporsi di politiche keynesiane, l’assicurazione pubblica è stata estesa per “stabilizzare” la domanda aggregata. In base a questo concetto, recentemente applicato anche oltre i confini nazionali, i Paesi con “carenze di domanda” adottano misure di stimolo coordinate per sostenere la domanda, non solo in patria ma anche all’estero".

"Il ruolo crescente dell’assicurazione pubblica è strettamente legato all’enorme espansione dello Stato nell’ultimo secolo e mezzo: la spesa pubblica è aumentata di almeno quattro volte, superando il 40%, o addirittura il 50%, del PIL nei Paesi più industrializzati".

"Negli ultimi anni, solo pochi Paesi possono ancora vantare rapporti di spesa pubblica prossimi alle medie degli Stati avanzati del 1960. Solamente Svizzera, Australia e Nuova Zelanda hanno mantenuto un’incidenza della spesa pubblica pari a circa il 35% del PIL. E anche la spesa di questi governi è significativamente superiore a quella dei concorrenti asiatici, come la Corea o Singapore. In queste nazioni fiorenti, la spesa pubblica è pari a solo a un quinto o un quarto della produzione economica".
"...le dinamiche economie dell’Asia presentano settori pubblici che sono in genere molto più piccoli rispetto ai Paesi avanzati: la differenza principale è rappresentata dall’inferiore spesa per l’assicurazione sociale".

Si tratta di una coraggiosa e condivisibile analisi, che davvero mette il dito sulla piaga. Anche in Italia ben più della metà della spesa pubblica è costituita dalla spesa sociale. E' del tutto illusoria ogni ipotesi di diminuzione della pressione fiscale che non abbia come necessaria premessa la ristrutturazione di tale spesa sociale. Una incisiva sua riforma secondo il principio di sussidiarietà determinerebbe anche un netto aumento della produttività e della qualità dei servizi.
Politici e protagonisti dei media devono presentare con chiarezza questa situazione agli elettori, accompagnando l' amaro calice con una evidente rinuncia a insopportabili privilegi, nella consapevolezza che questa rappresenta l' ultima possibilità di riabilitazione.

sabato 9 novembre 2013

Russia. La Mezzaluna sul Cremlino?



Il rapporto tra Russia e Islam è da sempre conflittuale. La monarchia ortodossa ha realizzato la propria espansione imperiale verso Oriente e oltre il Caucaso in larga misura a spese di potentati islamici. Il regime sovietico ha "conculcato la religione islamica nell'Asia centrale e nelle repubbliche transcaucasiche, dove solo duecento moschee erano autorizzate a soddisfare le esigenze religiose di 50 milioni di musulmani" (Bernard LEWIS, La crisi dell' Islam, 2004, p. 85).
Tuttavia l'Islam fondamentalista contemporaneo individua negli Stati Uniti d'America e nelle democrazie occidentali il Grande Satana. La Società aperta occidentale è disprezzata e odiata. Ciò ha determinato l'uso di due pesi e due misure nel giudizio sulle vicende che hanno segnato il Novecento. Nulla è stato perdonato agli USA e ai loro alleati. Neppure dall'invasione sovietica dell'Afghanistan è seguita una diversa valutazione fondamentale. Dopo il collasso e lo scioglimento dell'Unione Sovietica le guerre in Cecenia e gli attentati di matrice islamica hanno impresso una svolta alle relazioni tra Russia e Islam. Ma un altro fattore acquista sempre maggiore rilevanza: migrazione e diverso tasso di natalità tendono a modificare significativamente il rapporto tra islamici e resto della popolazione. Sul sito DanielPipes.org  l'analista statunitense espone una situazione che deve allarmare non solo il governo russo. Scrive Pipes:

"L'omicidio avvenuto il 10 ottobre scorso di Yegor Shcherbakov, un giovane russo di 25 anni, a quanto pare accoltellato da un musulmano azero, ha causato a Mosca una serie di disordini anti-immigrati, atti di vandalismo e aggressioni, ha condotto all'arresto di 1200 persone e ha portato alla ribalta forti tensioni nella vita russa.
Non solo in Russia si registra la presenza di 21-23 milioni di musulmani, che costituiscono il 15 per cento della popolazione totale che ammonta a 144 milioni di persone, ma la loro percentuale è in rapida crescita. I russi afflitti dalla piaga dell'alcolismo hanno tassi di natalità pari a quelli europei (con 1,4 figli per ogni donna) e tassi di mortalità che eguagliano quelli dei Paesi africani (l'aspettativa di vita per gli uomini ha raggiunto una media di 60 anni). A Mosca, le donne cristiane hanno in media 1,1 figli.
Al contrario, le donne musulmane hanno in media 2,3 figli e tra di esse si registra un minor numero di aborti rispetto alle loro omologhe russe. A Mosca, le donne tartare hanno in media 6 figli mentre quelle cecene e ingusce ne hanno 10. Inoltre, circa 3-4 milioni di musulmani si sono trasferiti in Russia provenienti dalle ex repubbliche sovietiche, soprattutto dall'Azerbaijan e dal Kazakistan, e qualche russo si è convertito all'Islam".

"Nel giro di pochi anni, i musulmani costituiranno la metà dei coscritti nell'esercito russo. Joseph A. D'Agostino del Population Research Institute chiede: "Un esercito del genere sarà in grado di operare in modo efficace, considerata la rabbia che molti musulmani presenti nel Paese provano verso le tattiche utilizzate dall'esercito russo nella regione musulmana della Cecenia? E se le altre regioni musulmane della Russia – alcune delle quali contengono enormi riserve petrolifere – si ribellassero a Mosca? I soldati musulmani combatteranno e uccideranno per continuare a tenerle unite alla madrepatria russa?"".

"Ma come fa notare Ilan Berman dell'American Foreign Policy Council, "il Cremlino ha discriminato la sua minoranza musulmana e ha ignorato (e perfino spalleggiato) l'affermazione della xenofobia corrosiva fra i suoi cittadini. Tutto questo ha causato risentimento e isolamento fra i musulmani residenti in Russia – sentimenti che i gruppi islamici radicali sono fin troppo impazienti di sfruttare". E se aggiunto ai già esistenti atteggiamenti islamici suprematisti, ciò avrà per risultato una minoranza musulmana sempre più insofferente.
I dibattiti sull'Islam in Europa tendono a concentrarsi su luoghi come la Gran Bretagna e la Svezia, ma la Russia, il Paese con la più grande comunità musulmana in termini relativi e assoluti, è soprattutto il luogo verso cui puntare l'attenzione. Agli episodi di violenza anti-immigrati di questa settimana sicuramente faranno seguito problemi ben peggiori".

Sulla Russia incombe una vera e propria bomba demografica e culturale. Una eventuale deflagrazione sarebbe devastante non solo entro i confini dell'Impero.

sabato 2 novembre 2013

Economia reale USA. Il vero stimolo è l'energia a buon mercato.





 Su La Stampa del 1 novembre 2013 Francesco Rigatelli dà conto di importanti dichiarazioni del presidente dell'ENI Giuseppe Recchi sul nuovo assetto energetico USA e sulle prospettive europee:

"Il cruccio dell’America, per il presidente Eni, è riuscire a restare leader in un mondo non più bipolare. La soluzione principale è avere energia a costo basso". 

"«Ora mettendo in pista una tecnologia non nuova ma di cui fino a cinque anni fa non si parlava neppure rivoluziona gli equilibri energetici. E’ successo per l’alzarsi del prezzo degli idrocarburi, che rende conveniente estrarli col fracking. Tradizionalmente si pompano da pozzi profondi anche 3 mila metri. Col fracking si scende mille metri e poi si procede orizzontalmente iniettando acqua e poi isolando petrolio e gas. Una tecnica molto fruttuosa»".

"Recchi torna al basso prezzo dell’energia da fonte interna americana, «tanto che il gas costa tre volte meno dell’Europa, l’elettricità due. Dunque fare industria conviene più di pochi anni fa e molte imprese delocalizzate tornano in America. Più è pesante la produzione, manifattura ad alta intensità di energia come nel settore della plastica o degli elettrodomestici, più ne beneficiano. E sono posti di lavoro»".

"«L’impatto sull’ambiente? L’acqua che si infiltra col fracking ha degli additivi dunque si pensa inquini le falde acquifere, ma in realtà è un’idea superficiale. Basta trivellare lontano. E non è che negli Stati Uniti siano meno rispettosi dell’ambiente di qui. Ad oggi non ci sono casi di inquinamento. E intanto l’America da nazione in declino è tornata al vertice»".

Grazie al rapido incremento della produzione di shale gas/oil nel « 2015 gli Stati Uniti saranno il primo produttore di gas al mondo, superando la Russia. E nel 2020 otterranno lo stesso risultato con il petrolio, battendo l’Arabia saudita» (Recchi). Un determinante fattore di competitività, tanto più importante quanto più gli Stati Uniti sapranno migliorare gli altri (pressione fiscale, qualità della scuola, efficienza della pubblica amministrazione, infrastrutture).
Non si dimentichi che, sia pure in un contesto molto diverso, l'energia a basso costo e le esportazioni energetiche altre volte non sono riuscite a compensare il deficit di produttività e competitività, non impedendo una fatale crisi strutturale del sistema. Ciò è avvenuto nella vecchia Unione Sovietica, ma anche la Russia di oggi non raggiunge una sufficiente competitività.
Gli Stati Uniti hanno un patrimonio culturale e istituzionale tale da far ritenere probabile un buon uso delle nuove risorse. Senza però escludere serie difficoltà, che potrebbero arrivare da una classe politica sempre più incline alla demagogia e dalla caduta dell'etica del lavoro e della responsabilità, un tempo punto di forza della società statunitense.
E l'Europa? Cultura diffusa e ordinamenti rendono difficilmente replicabile la rivoluzione energetica USA. Un peso in più sulle spalle di economie già arrancanti. Ma la cautela in paesi che ospitano monumenti, città d'arte e territori di bellezza incomparabile se non giustificata è almeno comprensibile. Belli ma poveri? 


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