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venerdì 25 luglio 2014

Italia. Cosa manca per farla ripartire?




Su Il Sole 24 ORE del 24 luglio 2014 Fabrizio Galimberti ha delineato le prospettive dell' economia italiana:

"... il livello più recente del cambio reale dell'euro si situa esattamente sulla media 1999-2014, cioè sul quindicennio di vita della moneta unica (lo stesso vale per il cambio reale dell'euro/Italia).
Il linguaggio crudo delle cifre non porta quindi molta acqua al mulino di quanti vedono nel cambio dell'euro un ostacolo alla competitività. E c'è da fare un'altra importante considerazione. Gli alti e bassi delle valute sono meno importanti di un tempo nel determinare la competitività dei prodotti di una nazione.
Le catene di offerta che si dipanano ormai lungo i continenti (un prodotto finito del Paese X ha dentro lavorazioni e semilavorati fatte e ricevuti dai Paesi W, Y, Z...) fanno ballare i vantaggi e gli svantaggi di deprezzamenti e apprezzamenti. Il vantaggio di un euro più debole viene pesantemente annacquato dallo svantaggio di maggiori costi per componenti e lavorazioni che vengono dall'estero".

"Perché, allora, il cambio dell'euro viene così spesso messo sotto accusa? Perché alcuni (e non sono pochi) auspicano addirittura un'uscita dell'Italia dall'unione monetaria? Si tratta di un tipico caso di deviazione delle frustrazioni. L'esasperazione (giustificata) di un'Italia stagnante viene dirottata verso facili bersagli".

Bene Galimberti sull' euro, ma si tratta di considerazioni riconducibili ad una importantissima ovvietà: una valuta viene utilizzata non solo per vendere ma anche per comprare. Sono invece tutto sommato fuorvianti le seguenti indicazioni:

"L'economia italiana non ha bisogno di un euro più debole, o, per meglio dire, un euro più debole non risolve i problemi della nostra economia. L'economia italiana ha bisogno di maggior domanda, ma questa affermazione, perché non sia lapalissiana, si dipana in due direzioni di marcia: riforme e flessibilità. Abbiamo bisogno di flessibilità negli obiettivi di bilancio, ma si tratta di una flessibilità che dobbiamo meritare con le riforme. Anche le riforme cosiddette istituzionali hanno molto più potere di stimolo all'economia di quanto si creda. La crescita è un fenomeno complesso, che ha alla base la voglia di crescere, la convinzione che un futuro migliore è possibile e a portata di mano. Portare la durata media di un processo civile dai 2900 giorni italiani ai 900 francesi o ai 750 spagnoli o ai 350 del Giappone stimolerebbe la nostra economia molto più di un deprezzamento del 20% dell'euro".

Qui Galimberti tocca solo marginalmente i grandi fattori della crescita economica, recentemente posti in luce dal professor Luca Ricolfi nel suo brillante L' enigma della crescita:

"...la qualità del capitale umano  - in particolare sotto forma di padronanza delle conoscenze di base in matematica e scienze - è la forza fondamentale che può sostenere la crescita dei paesi OCSE".

"La seconda forza fondamentale è il saldo degli "investimenti diretti esteri"".

"La terza forza è la qualità delle "istituzioni economiche"..., ossia il fatto di avere buone regole di funzionamento dell' economia".

"La quarta forza fondamentale sono le "tasse",... il cui ruolo è però negativo, di rallentamento della crescita" (Op. cit., 2014, p. 46 e seg.).

Per migliorare il capitale umano occorre tempo.  Risultati rapidi e cospicui si raggiungono in un solo modo: riducendo le tasse e, corrispondentemente, la spesa pubblica. Il taglio deve essere adeguato e strutturale: almeno il 10% PIL (centocinquanta miliardi di euro su ottocento di spesa pubblica). Eliminare lo sperpero di denaro pubblico non basta. Bisogna ristrutturare dalle fondamenta welfare e autonomie locali, applicando rigorosamente i principi di progressività della spesa pubblica e di sussidiarietà.
Non deve sorprendere che proprio sul quotidiano della Confindustria, nonostante i retorici proclami, si taccia larga parte della verità sulle necessità del paese. Troppi imprenditori italiani hanno fondato il proprio successo più sui vizi che sulle virtù di questo paese in drammatico declino.

venerdì 18 luglio 2014

Ucraina. Il partito della guerra.




Su La Voce della Russia del 17 luglio 2014 Petr Iskenderov delinea ufficiosamente la posizione della leadership russa sulla crisi ucraina:

"Tuttavia, proprio per evitare lo scoppio del conflitto e una guerra su ampia scala nel centro dell’Europa, Mosca ha deciso contro l’invio delle truppe. Chi potrebbe essere interessato a tale guerra? Di certo non la Russia né la popolazione civile di Donetsk e Lugansk, e neanche l’Europa. Farebbe comodo agli USA, perché così Washington potrebbe dare un impulso alla sua ansimante economia, far litigare definitivamente la Russia e l’UE, demolire con le mani altrui il sistema della sicurezza energetica in Europa e soggiogare gli europei obbligandoli a comprare lo shale gas americano e ad aprire il mercato alle merci statunitensi. Inoltre, la scalata della violenza nella regione provocherebbe la fuga dei civili, il numero di profughi potrebbe superare quello che si è avuto nella ex-Jugoslavia. Questo scenario non è assolutamente nell’interesse della Russia...".

Mentre è difficile riconoscere all' attuale leadership USA la capacità di elaborare una strategia così articolata, sembra plausibile la linea attribuita a quella russa. E' probabile che la Russia di Putin intenda mantenere lo statu quo. Le recenti vicende della Crimea corrispondono a questo disegno. In tale penisola infatti si trovavano già importanti basi militari russe e russa è gran parte della popolazione.
E' davvero nell' interesse dell' Occidente la destabilizzazione della Russia? In realtà l' Occidente intero, Stati Uniti compresi, condivide con la Russia interessi e obiettivi vitali. Su The National Interest del 24 giugno 2014 Dimitri K. Simes ha scritto:

"Likewise, it may be politically convenient to ignore the very real possibility of Russia drawing closer to China, but it is strategically reckless. By any logical criteria, American leaders should see China rather than Russia as their greatest challenge".

La Cina infatti rappresenta non ancora la minaccia ma ormai la sfida più grande. Già incombe invece la minaccia costituita dal fondamentalismo islamico. In questa ampia prospettiva la Russia deve essere considerata parte della possibile soluzione, non del problema.

venerdì 11 luglio 2014

Riformare vuol dire privatizzare.




Luca Ricolfi ha scritto su La Stampa del 6 luglio 2014:

"Il problema fondamentale è che ci mancano almeno 6 milioni di posti di lavoro. Se vogliamo che il nostro tasso di occupazione sia comparabile a quello medio degli altri Paesi avanzati dobbiamo, come minimo, creare 6 milioni di nuovi posti di lavoro. Il che significa, in concreto, permettere un ingresso massiccio di giovani e soprattutto di donne adulte nel mercato del lavoro. Può sembrare banale, ma è questo il nucleo del problema italiano. Perché intorno al tasso di occupazione ruota tutto: un tasso di occupazione patologicamente basso come il nostro accentua le diseguaglianze, deprime il reddito medio, ci rende schiavi del debito pubblico".

"La piena occupazione, infatti, è un obiettivo di sinistra, e lo è più che mai al giorno d’oggi, in un’epoca i cui i veri deboli non sono i lavoratori dipendenti, occupati e garantiti, ma sono i giovani e le donne escluse dal mercato del lavoro. Quell’obiettivo di sinistra, tuttavia, oggi che non possiamo più spendere in deficit può essere raggiunto solo con mezzi considerati di destra: il taglio della spesa pubblica, la liberalizzazione del mercato del lavoro e la riduzione delle tasse sui produttori, a partire dall’imposta societaria.
Di qui il nostro disorientamento. La sinistra sembra di sinistra perché parla di occupazione, la destra sembra di destra perché parla di tasse. Ma né l’una né l’altra stanno cercando di creare quei 6 milioni di posti di lavoro che mancano all’appello".

Così Franco Debenedetti su Il Sole 24 Ore sempre del 6 luglio 2014:

"Se si parte dalla difficoltà di definire senza riferimenti al mercato un "dover essere" della Pa, se si prende atto che in Italia questa difficoltà è ancora maggiore per ragioni che interessano lo storico più che il politico, la logica conclusione è adottare un criterio molto restrittivo nella definizione dei servizi che lo Stato vuole erogare in proprio, nel decidere quali reingegnerizzare tenendoli all'interno e quali rimettendoli al mercato".

Da due dei più lucidi analisti dell' Italia in declino parole chiare, che colgono nel segno. Più lavoro si ottiene con incisive liberalizzazioni e la riduzione dei compiti e dell' ampiezza dello stato, della spesa pubblica e quindi della pressione fiscale. Ma nulla di tutto questo è conseguibile senza privatizzare servizi oggi erogati dallo stato, senza attribuire largamente ad una larga parte della società italiana la responsabilità di se stessa. Riformare insomma vuol dire privatizzare, anche e soprattutto nel delicato settore del welfare.
 La disciplina pubblica di strumenti privati consente di ottenere uno stato sociale più snello, più corto, meno costoso, più efficiente, ispirato ai principi della progressività della spesa pubblica e di sussidiarietà. Lo stato italiano spende male, ma ridurre lo sperpero non basta. Per avere più lavoro occorre meno stato.

venerdì 4 luglio 2014

Il compromesso storico piaceva ai sovietici? Cossiga e Melograni.




Negli anni Settanta Enrico Berlinguer promosse il riavvicinamento tra il Partito comunista e la Democrazia cristiana in vista di una collaborazione di governo. Tale linea berlingueriana fu davvero osteggiata dall' Unione Sovietica?
Ha avuto largo seguito l' opinione secondo la quale il cosiddetto compromesso storico è stato avversato non solo dagli Stati Uniti ma anche dalla stessa Unione Sovietica, ansiosa di preservare la divisione in blocchi e di evitare la diffusione nella sua sfera di influenza delle idee democratiche del partito di Berlinguer.
Così Piero Melograni, uno dei più brillanti storici italiani del Secondo dopoguerra:

" Il fatto è che il principale veto" (alla partecipazione del PCI al governo) "era stato posto non dagli Usa e neppure dagli altri governi dell'Occidente europeo, ma proprio dall'Unione Sovietica. Un argomento, questo, rimasto un tabù per gli storici. La pace europea, e mondiale, si fondava sul rispetto delle sfere di influenza. L'Italia apparteneva alla sfera occidentale. Se i comunisti fossero andati al governo con loro ministri (anche con i soli "indipendenti di sinistra" eletti nelle loro liste), i cattolici polacchi, numerosissimi nella loro patria, avrebbero potuto pretendere un trattamento di reciprocità mettendo a repentaglio la sopravvivenza dell'impero sovietico. Finché gli occidentali accettavano la divisione dell'Europa in sfere di influenza Mosca restava più che zelante nel rispettare questo accordo. E gli occidentali lo rispettavano con altrettanto zelo fino al punto di non offrire nessun minuscolo aiuto ai dissidenti dell'Urss o ai rivoluzionari ungheresi del 1956" (Il Sole 24 ORE del 21 maggio 2006).

L' ex presidente della repubblica italiana Francesco Cossiga era invece convinto che l' iniziativa di Berlinguer non fosse stata ostacolata dai sovietici, non ostili ad una soluzione di governo che avrebbe in realtà indebolito la compagine atlantica della quale l' Italia era importante componente. A sostegno della convincente posizione di Cossiga si possono addurre le parole dell' ex ambasciatore USA  in Italia Richard Gardner, parte di una conversazione al Council on Foreign Relations di New York (2005):

" Berlinguer, despite the reputation he had in some quarters as being very evolved towards social democracy, repeatedly affirmed his links to the Soviet Union, to the Soviet foreign policy, to Marxism-Leninism. I quote all those speeches here. And what really annoyed me—and I think you’ll understand why—how annoyed I was—was when Berlinguer and leaders of the communist party, after the kidnaping of Aldo Moro, tried to convince the people of Italy that behind the Moro kidnaping was the United States. And the argument was, Moro was going to bring the communists to power, which was not true. He assured me many times—Aldo Moro—that he wasn’t going to do that. And therefore, the Americans did this to prevent the communist entry into the government".

Secondo l' ambasciatore americano Berlinguer conservò i suoi legami con l' Unione Sovietica e Aldo Moro non aveva intenzione di portare al governo i comunisti italiani.

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